Il fitness dei social: tutti insegnano, pochi sanno davvero allenare un muscolo – di Roberto Eusebio

Tecnica, controllo e risultati nel fitness di Roberto Eusebio

Il fitness dei social: tutti insegnano, pochi sanno davvero allenare un muscolo

Tutti parlano di fitness. Pochi sanno allenare un muscolo
Tutti parlano di fitness. Pochi sanno allenare un muscolo

A cura di Roberto Eusebio – Personal Trainer e Preparatore Fisico/Atletico

Viviamo in un’epoca in cui il fitness è diventato uno degli argomenti più discussi sui social network. Facebook, Instagram, TikTok e YouTube sono pieni di video, tutorial, spiegazioni scientifiche, schede di allenamento e professionisti che dispensano consigli su come costruire muscoli, dimagrire, migliorare la propria forma fisica e raggiungere prestazioni sempre più elevate.

Mai come oggi abbiamo avuto accesso a una quantità così grande di informazioni.

Eppure, osservando ciò che accade quotidianamente nelle palestre, mi pongo una domanda: se oggi tutti possono imparare tutto attraverso i social, perché così tante persone continuano ad allenarsi senza ottenere risultati proporzionati all’impegno che dedicano alla palestra?

Dopo oltre trent’anni di esperienza nel mondo della cultura fisica e della preparazione atletica, ritengo che il problema meriti una riflessione seria.

Perché conoscere la teoria dell’allenamento non significa necessariamente saper allenare il proprio corpo.

E soprattutto, conoscere un esercizio non significa saperlo eseguire in modo efficace.

Il paradosso del fitness moderno: tanta informazione, poca applicazione

Basta scorrere i social per imbattersi in decine di contenuti che promettono di spiegare il modo corretto di allenarsi.

C’è chi sostiene che un esercizio debba essere eseguito esclusivamente in un determinato modo, chi propone una variante completamente diversa, chi critica il metodo di un altro professionista e chi, attraverso video di pochi secondi, pretende di risolvere questioni che richiederebbero valutazione, esperienza e conoscenze approfondite.

Spesso assistiamo a una continua contrapposizione tra teorie, metodi e interpretazioni.

Un professionista afferma una cosa, un altro la smentisce. Uno considera indispensabile una determinata tecnica, un altro la ritiene superflua. Si discute di biomeccanica, reclutamento delle unità motorie, leve articolari, traiettorie, intensità, volume, cedimento muscolare e periodizzazione.

Sono argomenti importanti. La scienza e la conoscenza tecnica rappresentano strumenti fondamentali per chi lavora seriamente nel settore.

Il problema nasce quando l’informazione diventa un sostituto della pratica, anziché uno strumento per migliorarla.

Si può conoscere perfettamente la teoria di un esercizio e non essere comunque capaci di eseguirlo in maniera efficace.

Si possono memorizzare decine di spiegazioni sulla panca piana, sulle alzate laterali o sulla leg extension, ma poi, davanti a un attrezzo, non riuscire a gestire correttamente il movimento, a mantenere il controllo durante la fase eccentrica o a far lavorare il distretto muscolare che si vorrebbe stimolare.

È qui che emerge la differenza tra sapere e saper fare.

Entrare in palestra non significa necessariamente allenarsi

Frequentando diverse palestre, osservo spesso una situazione che dovrebbe far riflettere.

Molte persone si spostano da un attrezzo all’altro, completano le serie previste dalla scheda, aumentano progressivamente i carichi e terminano l’allenamento convinte di aver lavorato correttamente.

Ma siamo sicuri che sia davvero così?

La mia impressione, maturata attraverso l’esperienza diretta sul campo, è che soltanto una minoranza degli iscritti riesca a esprimere una qualità esecutiva realmente soddisfacente e a gestire consapevolmente lo stimolo muscolare. Non pretendo che la mia osservazione rappresenti una statistica scientifica: è una valutazione professionale basata su ciò che vedo nelle palestre.

Il punto, però, rimane.

Occupare un attrezzo, completare una serie e spostare un peso non sono sinonimi di allenamento efficace.

Il peso può essere sollevato attraverso compensi, slanci, modifiche involontarie della traiettoria e interventi eccessivi di altri distretti muscolari. Il movimento può essere completato senza che il muscolo che intendiamo stimolare riceva lo stimolo desiderato nella misura prevista.

Naturalmente, nessun esercizio richiede una perfezione assoluta e universale. La tecnica deve essere adattata alla persona, alla sua struttura anatomica, alla mobilità, all’esperienza e all’obiettivo.

Ma proprio per questo serve qualcuno che sappia osservare, correggere e insegnare.

Altrimenti si rischia di ripetere gli stessi errori per mesi o addirittura per anni, scambiando la fatica per qualità del lavoro.

Sollevare un peso non significa saper congestionare un muscolo

Questo è il punto centrale della mia riflessione.

Nel linguaggio della cultura fisica si parla spesso di pump, ovvero quella sensazione di pienezza muscolare che si manifesta durante e subito dopo l’allenamento, in relazione all’aumento temporaneo del flusso sanguigno e ad altri cambiamenti fisiologici locali.

Ma non voglio ridurre tutto alla congestione in senso stretto.

Quando parlo di imparare a congestionare un muscolo, mi riferisco soprattutto alla capacità di eseguire un esercizio con controllo, coordinazione, traiettoria appropriata e un’effettiva intenzione di stimolare il distretto muscolare interessato.

Significa imparare a distinguere un movimento eseguito per spostare semplicemente un carico da un movimento eseguito per ottenere uno stimolo muscolare preciso.

Pensiamo, per esempio, alle alzate laterali per i deltoidi.

Due persone possono utilizzare gli stessi manubri e completare lo stesso numero di ripetizioni. La prima può controllare il movimento, gestire la traiettoria, limitare i compensi e mantenere il lavoro coerente con l’obiettivo. La seconda può utilizzare slancio, oscillazioni del busto eccessive e carichi sproporzionati rispetto alla propria capacità di controllo.

Sulla carta, entrambe hanno eseguito tre serie da dodici ripetizioni.

Nella pratica, però, la qualità del lavoro può essere molto diversa.

Lo stesso discorso vale per i curl per i bicipiti, le spinte per i pettorali, le estensioni per i tricipiti e moltissimi altri esercizi.

Il numero scritto sulla scheda non racconta tutta la storia.

La qualità dello stimolo dipende da come viene prodotto, non soltanto dal peso utilizzato.

Questo non significa che il carico sia irrilevante. Al contrario, la tensione meccanica, la progressione dei carichi e la capacità di reclutare le fibre muscolari sono elementi fondamentali per sviluppare forza e ipertrofia.

Significa che il carico deve essere uno strumento al servizio dell’allenamento, non l’unico parametro con cui giudicarlo.

Il culto del carico: quando l’ego prende il posto della tecnica

Uno degli errori più frequenti che osservo è la continua ricerca di carichi sempre più elevati, spesso prima ancora di aver acquisito la capacità di gestire correttamente quelli più leggeri.

Il ragionamento è semplice: se riesco a sollevare più peso, significa che sono diventato più forte e che sto necessariamente costruendo più muscoli.

La realtà è più articolata.

Un aumento del carico può rappresentare un progresso autentico, ma deve essere interpretato insieme alla tecnica, all’ampiezza del movimento, al numero di ripetizioni, al livello di sforzo e alla capacità di recupero.

Se aumento il peso ma riduco drasticamente il movimento, inizio a utilizzare slanci e compensi oppure trasformo un esercizio per un determinato distretto in un movimento completamente diverso, il dato numerico perde parte del suo significato.

Ecco perché, soprattutto nelle prime fasi dell’apprendimento, è importante saper rinunciare temporaneamente a qualche chilo per costruire una base tecnica solida.

La palestra non è una gara a chi sposta il carico più pesante.

È un ambiente in cui dobbiamo imparare a utilizzare il nostro corpo per ottenere un adattamento specifico.

Mi viene spontaneo fare un paragone provocatorio: sollevare un peso, di per sé, non è una competenza esclusiva della palestra. Anche chi scarica cassette di frutta al mercato movimenta carichi pesanti per ore.

Ma nessuno confonderebbe automaticamente quel lavoro con un programma strutturato per sviluppare in modo mirato la muscolatura.

La differenza non sta semplicemente nel peso spostato. Sta nell’obiettivo, nella programmazione, nella modalità di esecuzione e nella capacità di gestire lo stimolo.

La connessione mente-muscolo: non è magia, è apprendimento

Un altro concetto spesso discusso sui social è quello della connessione mente-muscolo.

Anche su questo tema si rischia di cadere negli estremi: c’è chi la considera indispensabile in ogni circostanza e chi la liquida come una sensazione priva di utilità.

La realtà è più equilibrata.

La capacità di concentrare volontariamente l’attenzione su un muscolo durante un esercizio può, in determinate condizioni, favorire l’attivazione del distretto desiderato e risultare utile soprattutto nel lavoro orientato all’ipertrofia.

Tuttavia, percepire intensamente un muscolo non garantisce automaticamente una crescita maggiore. La sensazione soggettiva non è una misura perfetta dello stimolo e non sostituisce una programmazione adeguata, una progressione nel tempo e un recupero sufficiente.

Ciò non toglie che imparare a controllare un movimento, riconoscere i compensi e comprendere quali muscoli stanno contribuendo maggiormente all’azione sia una competenza preziosa.

Per un principiante, questa capacità non sempre è immediata.

Deve essere costruita attraverso la ripetizione, il feedback e l’esperienza.

È proprio qui che entra in gioco il lavoro del professionista: non limitarsi a indicare quale esercizio eseguire, ma aiutare la persona a comprenderne l’esecuzione e a sviluppare progressivamente una maggiore consapevolezza del proprio corpo.

I social possono insegnare, ma non possono sostituire ogni forma di supervisione

Non sono contrario ai social. Sarebbe assurdo negare che possano rappresentare una straordinaria opportunità per divulgare conoscenze, condividere esperienze e rendere accessibili informazioni che un tempo erano molto meno disponibili.

Il problema non è lo strumento.

Il problema è l’uso che se ne fa e, soprattutto, la convinzione che guardare un video equivalga ad aver acquisito una competenza.

Un tutorial può mostrare un esercizio. Può spiegarne i principi e illustrarne gli errori più comuni. Ma non può sempre stabilire se quella persona lo stia eseguendo correttamente, se stia compensando, se il carico sia appropriato o se la variante scelta sia adatta alle sue caratteristiche.

Un video non osserva necessariamente la tua esecuzione in tempo reale. Non conosce automaticamente la tua storia motoria, le tue limitazioni, i tuoi obiettivi e la tua capacità di recupero.

E soprattutto, non corregge un errore soltanto perché tu hai guardato la spiegazione.

Avere accesso alle informazioni non significa saperle applicare.

Per questo invito chi segue quotidianamente i cosiddetti guru del fitness a porsi una domanda molto semplice: quello che sto imparando online sta davvero migliorando la qualità del mio allenamento?

Se dopo mesi di video, consigli e tutorial continui a eseguire gli esercizi con gli stessi errori, forse non hai bisogno di un’altra teoria.

Forse hai bisogno di qualcuno che ti osservi mentre ti alleni.

Il valore di un professionista si misura anche nella capacità di insegnare

Un bravo personal trainer non dovrebbe limitarsi a consegnare una scheda, contare le ripetizioni o suggerire di aumentare il carico.

Il suo compito è valutare la persona, individuare le sue capacità e le sue difficoltà, scegliere gli esercizi appropriati, insegnare la tecnica e correggere gli errori.

Deve sapere quando intervenire, quando modificare un esercizio, quando ridurre il carico e quando, invece, è il momento di chiedere una progressione.

Deve comprendere che due persone possono avere obiettivi simili ma necessitare di percorsi differenti.

E deve saper trasmettere una competenza che rimanga utile anche quando il cliente sarà in grado di allenarsi autonomamente.

Non basta conoscere la teoria: bisogna saperla trasformare in pratica.

Allo stesso tempo, occorre distinguere la preparazione professionale dalla semplice popolarità online. Un elevato numero di visualizzazioni non dimostra, da solo, la competenza di chi pubblica contenuti. Ma nemmeno l’assenza di visibilità sui social dimostra automaticamente una maggiore preparazione.

La professionalità si costruisce attraverso lo studio, l’esperienza, la capacità di valutare le persone, l’aggiornamento continuo e la qualità del lavoro svolto.

È questo che dovrebbe guidare la scelta di chi affidare il proprio corpo.

Il Metodo Eusebio: imparare ad allenarsi, non soltanto a eseguire esercizi

La mia filosofia professionale parte da un principio semplice: l’allenamento deve essere finalizzato a produrre un adattamento, non a completare meccanicamente una serie di esercizi.

Per ottenere risultati occorre integrare valutazione, scelta degli esercizi, apprendimento motorio, tecnica esecutiva, intensità appropriata, progressione e controllo dei risultati.

Nel mio approccio, il cliente non deve essere semplicemente un esecutore passivo di indicazioni. Deve imparare a conoscere il proprio corpo, comprendere il significato di ciò che fa e sviluppare gradualmente la capacità di allenarsi con maggiore consapevolezza.

Questo richiede tempo, osservazione e correzioni individualizzate.

Richiede anche la capacità di andare oltre le mode del momento, senza rifiutare a priori le nuove conoscenze scientifiche e senza trasformare ogni nuova teoria in una verità assoluta.

La scienza ci offre strumenti indispensabili. L’esperienza pratica ci aiuta a interpretarli e applicarli alla singola persona.

Nessuno dei due elementi dovrebbe essere sacrificato.

Il vero obiettivo non è dimostrare di conoscere più teorie degli altri, ma aiutare una persona a migliorare realmente.

La mia riflessione finale

Dopo tanti anni trascorsi nella cultura fisica e nella preparazione atletica, continuo a credere che esista una differenza sostanziale tra chi parla di allenamento e chi sa insegnare ad allenarsi.

Oggi possiamo discutere per ore sui social, condividere studi, criticare i metodi altrui e confrontare interpretazioni biomeccaniche. Tutto questo può essere utile, se affrontato con serietà e spirito critico.

Ma alla fine c’è un momento in cui la teoria deve incontrare la realtà: quello in cui entriamo in palestra, impugniamo un attrezzo e iniziamo a lavorare.

È lì che dobbiamo verificare se le nostre conoscenze sono diventate competenze.

Se non sappiamo controllare un movimento, se non sappiamo riconoscere i compensi e se non riusciamo a gestire lo stimolo che vogliamo produrre, probabilmente abbiamo ancora molto da imparare, indipendentemente da quanti video abbiamo guardato.

Il mio consiglio è quindi semplice: continuate a informarvi, studiate, ascoltate professionisti seri e mantenete la curiosità. Ma non confondete mai la conoscenza teorica con la capacità pratica.

Non andate in palestra soltanto per sollevare pesi. Andateci per imparare ad allenare il vostro corpo.

Perché il risultato non nasce dal numero di informazioni che accumuliamo, ma dalla capacità di trasformarle in gesti corretti, stimoli adeguati e progressi concreti.

E quando la teoria non riesce a tradursi in pratica, non serve necessariamente un altro guru da seguire.

A volte serve semplicemente un professionista che vi metta davanti a un attrezzo, vi osservi, vi corregga e vi insegni davvero a usarlo.

Roberto Eusebio
Personal Trainer – Preparatore Fisico/Atletico
Oltre trent’anni di esperienza nella cultura fisica e nella trasformazione del corpo.

La mente guida. Il corpo realizza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *