“Tabelle di allenamento consigliate dal Campione”
Autobiografia – Roberto Eusebio

Avevo quindici anni quando il medico di famiglia mi consigliò — anzi, mi impose — di frequentare una palestra. All’epoca non esistevano ancora i moderni centri fitness: erano luoghi spartani, quasi intimidatori.
Pesavo appena 59 chili per un metro e ottanta di altezza. Il mio corpo raccontava fragilità: atteggiamento cifotico, retroversione del bacino e i primi segni di una scoliosi. In poche parole, ero quello che ironicamente si potrebbe definire “un amorfo”. Gli amici, più semplicemente, mi chiamavano “secco”.
Ma il problema non era solo fisico.
Ero insicuro, introverso, distante da tutto ciò che implicava confronto, soprattutto negli sport di squadra. Mi sentivo debole, non solo nel corpo, ma anche nella mente. La mia vita scorreva tra studio, letture e televisione. Quello era il mio mondo. Quello era il mio limite.
Poi qualcosa cambiò.
Tra il 1981 e il 1985, guardando la televisione, iniziai a osservare con ammirazione quei fisici che il cinema e il culturismo proponevano: Lou Ferrigno, capace di trasformarsi nell’incredibile Hulk; Arnold Schwarzenegger in Conan il Barbaro; Stallone in Rocky e Rambo. Uomini forti, invincibili, padroni di sé stessi.
Dentro di me nacque qualcosa.
Quei personaggi accendevano una scintilla: mi trasmettevano sicurezza, forza, una sensazione che nella mia realtà non conoscevo. Nel mio immaginario, diventavo come loro. Invincibile.
Eppure, la palestra non mi piaceva.
La vivevo come una fatica enorme, quasi una punizione. Per tre anni ci andai controvoglia, spinto e controllato dai miei genitori. Non ho mai amato essere obbligato a fare qualcosa, e la palestra, per me, era esattamente questo.
Poi accadde il paradosso.
Quando i miei genitori si arresero e smisero di obbligarmi… fu proprio allora che iniziai ad avvicinarmi davvero a quel mondo.
Avevo circa diciannove anni quando la rivalutai. In fondo, non era poi così male. E sì, lo ammetto: anche la presenza delle ragazze aveva il suo perché… anche se la mia insicurezza mi permetteva solo di guardare da lontano.
Ma qualcosa ancora non funzionava.
Tre anni di allenamenti e nessun risultato. Nessun cambiamento visibile. Avevo provato decine di schede, senza capire davvero cosa stessi facendo. Così mi fermai e iniziai a farmi una domanda semplice ma decisiva:
Perché sto fallendo?

La risposta cambiò tutto.
Non stavo allenando i muscoli… stavo solo sollevando pesi. Mi concentravo sul carico, sulla fatica, come uno scaricatore di porto. Ma il segreto non era quello. Il segreto era sentire il muscolo, controllarlo, “strizzarlo”, creare connessione.
Ma la verità più profonda era un’altra.
Iniziai a guardarmi dentro.
Cominciai ad ascoltarmi, a conoscermi, ad amarmi. L’allenamento diventò uno studio di me stesso: delle mie sensazioni, delle mie emozioni, persino delle endorfine che il mio corpo rilasciava. Per la prima volta, non cercavo solo un cambiamento fisico… cercavo me stesso.
Sembravo uno studente universitario del fitness.
Ad ogni ripetizione ero concentrato, presente, connesso. Non era più solo allenamento: era consapevolezza.
E i risultati arrivarono.
In tre mesi esplosi. Ottenni ciò che non ero riuscito a ottenere in anni. Ma soprattutto, iniziai a costruire qualcosa di molto più importante: la fiducia in me stesso.
A vent’anni pesavo 76 chili. Il “secco” non esisteva più. Ora ero “una bestia”.
Da quel momento smisi di seguire schemi rigidi. Iniziai ad allenarmi con istinto, scegliendo esercizi che mi facevano stare bene, che trasformavano la mia rabbia in energia, da usare nella vita.
Quella passione mi portò oltre.
Decisi di formarmi, di studiare, di diventare istruttore. Ero carico, convinto, determinato.
A ventisei anni affrontai la mia prima gara.
Il verdetto fu duro: “una patata grossa, liscia liscia, senza definizione”. Non mi classificai. Meglio non parlarne.
Ma quella sconfitta fu fondamentale.
Compresi che non bastava costruire un fisico: serviva armonia tra corpo e mente. Serviva presenza, espressione, identità.
Così iniziai un nuovo percorso.
Lavorai sulla mia postura, sul movimento, sulla percezione del mio corpo nello spazio. Mi rivolsi a un coreografo che mi definì “un pezzo di legno”. Aveva ragione.
Ma io non mi fermai.
Più mi confrontavo con altri atleti, più capivo che avevo potenziale: proporzioni ideali, struttura favorevole. Mancava solo la qualità. E disciplina, soprattutto a tavola — cosa tutt’altro che semplice per me.
Servirono anni di sacrifici.
Poi arrivò il momento decisivo: la selezione all’Accademia Olimpia, tra i migliori atleti italiani. Un anno intero dedicato solo a quello. Nessuna distrazione. Nessuna vita sociale. Solo un obiettivo.
Mi classificai terzo su 120 atleti.
E poi vinsi il Trofeo Accademia.
Ma non era ancora finita.
Arrivò il giorno più importante.
Il giorno in cui diventai Campione Nazionale Assoluto.
Eravamo 112 atleti. Vinsi la mia categoria, poi gli assoluti. Rimasi io. Solo uno.
Mi sentivo invincibile. Immortale.
Ma anche quella fase passò.
Restare ai vertici richiedeva rinunce troppo grandi. Così decisi di lasciare l’agonismo, ma non quel mondo. Scelsi di restare per trasmettere ciò che avevo imparato.
Oggi mi alleno ancora.
Mi piace stare bene, mi piace vivere, mi piace il contatto con le persone.
Ho trovato il mio equilibrio.
E soprattutto, ho capito una cosa:
la vera trasformazione non è quella del corpo… ma quella della persona che decidi di diventare.

